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5 giorni fa

La Rete

Terzine - L’invidia
“… ché a tutti un fil di ferro i cigli fora
e cuce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.”

Siamo al canto XIII del purgatorio, dove Dante incontra quanti scontano il peccato dell’invidia. Per la legge del contrappasso, ai loro occhi è impedito di vedere: un filo di ferro perfora e cuce le palpebre. Lo stesso tormento a cui un tempo erano sottoposti gli sparvieri selvatici e che li costringeva a non aver mai pace. I peccatori perciò avanzano appoggiando le spalle alla roccia che fa da parete a questo secondo girone. Si sorreggono l’un l’altro, tutti rivestiti di un pesante manto dal colore simile a quello della pietra.
Già l’invidia, il secondo dei vizi capitali. Nelle prime pagine della Bibbia questo male sta all’origine del dramma dell’uomo. Il diavolo tentatore infatti non accetta che creature inferiori a lui godano del favore di Dio. Sotto le sembianze dell’astuto serpente avvelena dunque il cuore di Adamo insinuando l’idea che, mangiando il frutto proibito, «si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio» (Gen 3,5).
In realtà il peccato spegne la vista dell’uomo e le conseguenze sono devastanti: per invidia Abele è ucciso da Caino e Giuseppe è venduto come schiavo dai fratelli. È l’inizio di un gran disastro che ogni giorno avvelena le nostre comunità: un odio sordo e segreto contro i beni dell’altro, le sue qualità e capacità.
Una pianta maligna che attecchisce con estrema facilità ma è difficile da sradicare. Una passione triste, un piacere privo di gioia, un vizio che non porta alcuna soddisfazione; sentire il bene altrui come male proprio provoca infatti solo sofferenza e infelicità.
In questo girone del “vedere-non vedere” Virgilio, guida e maestro di Dante, compie un gesto assolutamente singolare: per la prima e unica volta nel pellegrinaggio della Divina Commedia si volge a fissare il sole chiedendo l’aiuto per trovare la giusta via. Quasi un’esortazione rivolta a noi, l’invito a volgere lo sguardo verso il cielo, verso quel paradiso dove sarà gioia contemplare la gloria di Dio e vedere di quanti benefici ha ricompensato i nostri fratelli.
Anche in questo caso rivolgiamo la nostra fiduciosa preghiera a Maria. Tra le “voci volanti” che Dante ascolta quali esempi di quella carità che prova gioia nel bene dell’altro, il primo si riferisce infatti alle nozze di Cana, il miracolo compiuto da Gesù dietro pressante intercessione di Maria, sua e nostra madre.
don Fabio
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